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LETTURE:
il teatro senza scena

Una pedana per palco, una platea di qualche decina di sedie, un'atmosfera intima e raccolta: è tutto quel che occorre. Le letture, si sa, diversamente da uno spettacolo teatrale, hanno bisogno di un rapporto ravvicinato tra l'attore e il pubblico: gesti, espressioni del viso, sfumature della voce, sono molto importanti. In fondo abbattono la barriera che separa la staticità del testo dall'azione scenica, facendo di una sala qualunque il luogo della rappresentazione e dell'attore l'interprete di tutti i personaggi della storia.
Attraverso la lettura drammatizzata il testo prende vita e si trasforma in un "teatro senza scena", appunto, dove il pubblico e l'attore sono partecipi di un'unica emozione. Partendo da un romanzo, una bella pagina, una storia, l'attore ricrea l'ambiente, l'epoca, i personaggi, i vestiti, le parole: tutto si vede anche se non c'è nulla. E, a volte, l'apporto di uno strumento musicale suonato dal vivo (flauto, fisarmonica, ecc.) aiuta a "sentire" quel che non si "vede".
Naturalmente le letture, essendo modulari, possono essere adattate nei tempi e nei modo che si riterranno opportuni.


È di razza?
Dialoghi e racconti sulla diversità
letti da Alessia Canducci e Francesca Airaudo
con Tiziano Paganelli alla fisarmonica

Per quanto buoni, civili ed educati si possa essere, via, ammettiamolo: dell'altro abbiamo tutti un po' paura. L'altro è quello che ha, banalmente, la pelle di un colore diverso; ma anche chi è brutto, chi adora un altro dio, che fa strani lavori, chi ama certe persone, chi è malato, chi viene da lontano, chi parla un'altra lingua. Del resto, ci preoccupiamo della razza dei cani, figuriamoci di quella degli uomini...


Futurissimo!
Antologia declamata di letteratura futurista
letta da Francesca Airaudo e Mirco Gennari

Non è facile rendere omaggio al Futurismo. Innanzitutto perché è il più grande movimento d'avan-guardia del nostro Novecento. Poi perché abbraccia un periodo cronologico piuttosto lungo, dai gloriosi esordi a cavallo della prima guerra mondiale alle tarde epigoniche pagine degli anni '40. Infine perché interessa i linguaggi artistici più diversi: letteratura, musica, arti figurative, cinema, ecc.
Ma, forse, la difficoltà maggiore consiste nell'evitare l'effetto "museo", nell'evitare cioè un approccio filologico e enciclopedico che - corretto e freddo - non sarebbe certo piaciuto ai futuristi stessi.
Ecco: abbiamo voluto rendere al futurismo un omaggio "futurista". Quindi ci siamo sentiti liberi di accostare declamazioni e teatro, azioni e racconti, poesie e manifesti; liberi di restituire più lo "schiaffo" dell'attualità che la "carezza" della cura filologica. E siamo stati lieti di constatare che Marinetti & soci (Cangiullo, Settimelli, Corra, Depero, Rognoni e tanti altri) sanno ancora scoppiettare come petardi: mettono allegria, ma, comunque, sono piccole bombe...


Lo sguardo di Venere
Francesca Airaudo e Alessia Canducci - voci recitanti
Filippo Dionigi - saxofono

Dal "Diario di una signora di New York" di Dorothy Parker, ironica e geniale scrittrice degli anni '20, si snoda un breve percorso letterario, brani che parlano di donne, scritti da donne: Annie Vivanti, la cui protagonista deciderà la sua sorte futura prigioniera di una toilette pubblica; Ada Negri e la sua pungente descrizione di un "colpo di invidia" femminile; Maria Goretti (un omonima), autrice futurista di un divertentissimo volteggio acrobatico sulla lettera "A". Ci siamo concesse un'unica licenza, un brano del "signor" Maurice Dekobra, che ha saputo magistralmente raccontare la noia esistenziale di una aristocratica duchessa.
Abbiamo cercato di raccontare le gran dame alto borghesi ed aristocratiche, coloro che, a nostro parere, hanno attraversato indenni il '68, restando immutate - e soprattutto immutabili - icone del perbenismo; le signore snob che però, ahiloro, non riescono ad esimersi dai problemi della "normalità": la noia e la fatica del vivere, le pene d'amore, e, peggiore sciagura, un'unghia spezzata! 
Ascoltando questi brani potremo identificarci nelle protagoniste, o sentirle troppo diverse da quello che siamo; avremo sicuramente, noi, donne costrette ad occuparci di tutto e velocemente, un po' di invidia per un mondo a noi lontano, costellato di piccole nevrosi e conquiste romantiche, noia e serate mondane.


Brividi e faville
Racconti al caminetto letti da
Francesca Airaudo e Mirco Gennari

Non è un mistero che i caminetti hanno qualcosa di misterioso. Sarà per le belle lingue di fuoco che sembrano parlare una lingua lontana. Sarà per il crepitìo della legna che brucia. Sarà, ancora, per quelle faville che brillano per un attimo e spariscono chissà dove... Quello che è certo è che al calore del camino ci si scioglie e ci si scalda, tanto che ai brividi del freddo viene voglia di sostituire quelli di un bel racconto. Un racconto di mistero, ovviamente. Di paura. Di più: di terrore! E più si trema più ci si crogiola al calduccio. E ci sembra davvero di vedere nelle ombre proiettate sul muro i protagonisti di un terribile fatto di sangue; di sentire nei sibili di un tizzone acceso la voce di uno spirito dannato. Poi, magari, passato l'incubo, si torna a sorridere. Perché anche sorridere scalda il sangue. E così fra un sussulto e una risata si aspetta che la legna diventi cenere, per soffiarci un po' su e veder tornare la fiamma. Ah, la magìa dei caminetti...


PROGETTO "COME RIDONO..."

Le lacrime sono tutte uguali, le risate no. C'è chi ride "grasso" e chi ride "magro", chi sussulta e chi sogghigna, chi sospira e chi sembra esplodere. E poi, via, non è proprio possibile che un operaio di Pechino rida come un snob londinese, o un intellettuale di Parigi come uno yankee dell'America profonda. Forse si potrebbe tracciare una "geografia della risata": come ridono gli spagnoli? E i russi? E andando sul difficile: come ridono i boliviani? E gli eschimesi? Ma poi ridono gli eschimesi? Con quel freddo, avranno da ridere... Per dare una risposta a questa curiosa domanda abbiamo organizzato un viaggio attraverso tutti i paesi del mondo, fra storie, pagine, racconti che fanno ridere, magari coprendosi la bocca come una gheisha giapponese, magari esibendo una dentatura panoramica come un watusso africano. Perché la gente, nonostante tutto, trova sempre qualcosa di cui ridere. Come ridono ve lo raccontiamo noi.

Come ridono gli italiani
Ah ah, verrebbe da dire, una risata aperta: in fondo chisto è 'o paese do sole. Ma, a pensarci bene, anche: eh eh, quasi il ghigno beffardo di chi la sa lunga: in fondo questo è il paese di Machiavelli. E perché non hi hi, coprendosi la bocca con affettata educazione: in fondo questo è il paese dei cortigiani. Oppure: uh uh, questa è davvero grossa e finanche un po' spinta: in fondo questo è il paese del si fa ma non si dice. Come ridono gli italiani? Oh oh, questa è bella: ma che razza di domanda è?

Come ridono gli argentini
Bailando el tango, immaginiamo. O bevendo el mate. Luoghi comuni, forse. La cosa strana è che vivono dall'altra parte del globo e, nello stesso tempo, sono quasi tutti italiani: e ci sembrano così tanto lontani e tanto vicini allo stesso tempo. Come ridono gli argentini? Forse il vento che soffia dalla Patagonia dà al loro sorriso una freschezza a noi sconosciuta; fose il vento che soffia dalla pampa gli dà un venatura di malinconia che noi abbiamo rimosso. Certo è che questa mezcla di realtà e assurdo, di particolare e universale è straordinariamente moderna. Ci piace come ridono gli argentini. E al diavolo il tango e il mate.

Come ridono gli americani
Magari uno pensa a una risata grassa e fragorosa, a un tintinnìo di speroni, a un sigaro che balla in bocca, o nel migliore dei casi all'esibizione di una dentatura panoramica in technicolor. Be', certo, ridono anche così. Ma non dimentichiamo il pungente sorriso ebraico dei newyorkers, le risate floreali della east-coast, il british humour di una certa provincia in certi felici happy days. In fondo l'America è un melting pot, e ci sono finiti dentro i sorrisi di tutto il mondo. In fondo l'America è il paese della libertà e ognuno ha il diritto di ridere come vuole. A noi sembra che persino la statua della libertà abbia un sorriso che le increspa le labbra. Solo che guarda verso l'Europa. Bisogna dirglielo agli americani...

Come ridono gli ebrei
Be', con quello che hanno passato viene facile la battuta: hanno poco da ridere. E invece... E invece hanno saputo ridere dei propri difetti, dei propri vezzi, della loro emarginazione -- ma anche della loro resistenza a integrarsi -- come nessun altro ha saputo fare. E solo un ebreo sa far ridere un ebreo prendendo in giro un ebreo. Il fatto è che, fra barbuti rabbini e semplici fedeli, tradizionalisti osservanti e moderni scettici, certi racconti, a volte fulminanti come barzellette, incantano anche noi per la loro acida freschezza, il loro umore paradossale, la loro trama musicale. E il buon Dio, certo, ne sarà contento...

Con:
Francesca Airaudo
Alessia Canducci
Mirco Gennari

Riduzioni e adattamenti:
Loris Pellegrini

Durata:
variabile


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